La guerra di Donald Trump all’Iran, scatenata per conto di Bibi Netanyahu e di Mohammed Bin Salman, cambia obiettivi ogni giorno, spesso anche tra una frase e l’altra dello stesso discorso o tweet presidenziale, ridicolizzando ogni volta tutti quelli che vedono nella scelleratezza trumpiana disegni strategici raffinatissimi.
Trump dichiara vittorie definitive ma anche provvisorie, minaccia l’apocalisse, dà di matto e preannuncia di essere pronto a commettere crimini di guerra, ma contemporaneamente allenta le sanzioni petrolifere al regime di Teheran, parla di negoziati «molto produttivi», che però nella realtà non esistono, tanto da minacciare di essere pronto a prendersi tutto l’Iran in una notte, forse la prossima, mentre si proclama uomo più popolare del Venezuela, dove pensa di essere eletto presidente senza nemmeno tanto sforzo.
Benvenuti nel mondo tragico di Trump, quello di un matto con lo scolapasta in testa che gioca al piccolo dittatore della più grande potenza del pianeta. Benvenuti nella politica centrata sulla post-falsità, ingegnerizzata dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale, che altro non è che l’accelerazione degenerativa del tempo che fino a ieri sembrava guidato dalla post verità. Che nostalgia! Siano passati dalla politica che non teneva conto dei dati di fatto alle panzane che non si curano nemmeno di sembrare verosimili.
Oggi l’obiettivo principale della guerra all’Iran è quello di aprire lo stretto di Hormuz, che però è stato chiuso esattamente a causa della guerra all’Iran. Eppure, forse, un altro obiettivo comincia a frullare nella testa di Trump. Ci arriviamo.
Negli ultimi giorni, Trump ha detto che la guerra con l’Iran è finita, quasi finita, finitissima, ma anche che durerà ancora tre settimane, il tempo di rimandare l’Iran all’età della pietra, da qui le minacce di bombardare «ogni centrale elettrica e ogni ponte» iraniani se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto entro poche ore, che dovrebbero scadere stasera, anche se siamo già al terzo semi ultimatum, quindi vai a sapere.
Dietro, come è evidente, non c’è nessun pensiero strategico e nessun piano militare, anche perché se ci fosse un piano militare Peter Hegseth l’avrebbe già diffuso via chat. Ieri Trump ha detto che il piano ce l’ha, certo che ce l’ha, ma l’adolescente-in-chief per ripicca ha deciso di non svelarlo a nessuno.
Formalmente tutto è cominciato per neutralizzare la minaccia nucleare iraniana, anche se Trump aveva già proclamato di aver azzerato per sempre la capacità nucleare degli Ayatollah con i bombardamenti di maggio e giugno. Non era vero allora, non è vero adesso. Poi l’obiettivo è diventato quello di fermare i missili iraniani che avrebbero potuto colpire gli Stati Uniti, poi quello di aiutare gli oppositori, poi di rovesciare il regime, poi di riaprire lo stretto, poi di prendere il petrolio. Post-falsità.
Quello che è vero è che a Trump avevano fatto credere che sarebbero bastati un paio di ore di bombardamenti e l’uccisione dei leader religiosi per scatenare una rivolta popolare in Iran oppure far emergere una leadership alternativa disposta ad accettare i diktat di Washington. Non è successo niente di tutto questo.
Non è la prima volta che gli americani prendono fischi per fiaschi in Iran. Nel capodanno del 1977, Jimmy Carter ha definito l’Iran «un’isola di stabilità» e si è rallegrato con lo Shah «per l’amore che riceve dal suo popolo». Una settimana dopo sono cominciate le proteste popolari che hanno portato alla fuga dell’odiatissimo dittatore. I diplomatici americani a Teheran, nel 1978 hanno descritto l’Ayatollah Ruhollah Khomeini come uno che avrebbe potuto fare il Gandhi dell’Iran, «una specie di santo». Ogni volta che Washington pensa di indebolire l’Iran finisce per rafforzarlo, ha scritto Nicholas Kristof sul New York Times, e ci sono da ricordare anche l’invasione dell’Iraq del 2003 e l’accordo sul nucleare degli anni di Obama.
Ma con Trump siamo a livelli mai visti, anche perché la guerra si è allargata al mondo arabo, ha ripercussioni sull’approvvigionamento energetico globale e ha allontanato ancora di più gli Stati Uniti dagli europei, fino alla ricorrente minaccia americana di uscire dalla Nato per la gioia di Vladimir Putin.
Trump si è messo a bullizzare anche Corea del Sud e Giappone, e ad elogiare il suo amico dittatore picchiatello nordcoreano, lasciando intendere che potrebbe ritirare il sostegno militare a Seul e Tokyo perché non hanno mandato le navi a liberare lo stretto di Hormuz. Dopo il regalo a Putin, un presente anche per Xi Jinping. C’è da chiedersi, al solito, se Trump lo faccia apposta oppure non si rende conto: tendo a propendere per la seconda ipotesi, cioè che Trump sia ignorante e inadeguato, un imbecille da competizione, ma non escluderei l’alternativa né una combinazione delle due ipotesi.
Il punto, oggi, è che per l’apprendista stregone della Casa Bianca la guerra diventa sempre meno controllabile, e per questo continua a oscillare tra ultimatum e aperture, escalation apocalittiche e negoziati immaginari.
E qui entra in gioco la lettura di Timothy Snyder. Secondo lo storico americano, da tempo uno degli intellettuali occidentali più lucidi del nostro tempo, è possibile che a questo punto Trump non stia più improvvisando sull’Iran: al contrario starebbe seguendo una logica precisa. Su Substack, Snyder ha scritto che un obiettivo delle continue minacce trumpiane all’Iran potrebbe essere quello di provocare un attentato terroristico negli Stati Uniti, che fornirebbe a Trump il pretesto per cancellare, rinviare o avocare a sé le elezioni, consentendogli così di governare in stato di emergenza democratica.
Il modello di Trump è Putin, suo punto di riferimento politico ideale, il quale in più momenti ha consolidato il potere esattamente sfruttando l’escalation esterna, la minaccia interna, l’emergenza nazionale causata da attentati terroristici autoprodotti, e la conseguente sospensione della normalità democratica.
Escludere che Trump possa cercare di sfruttare la guerra per alterare l’esito delle elezioni è molto pericoloso, considerato che Trump ci ha già provato una volta, nel 2020/21, con i ripetuti tentativi di brogli e con l’assalto violento al Congresso, e che ora si trova in una posizione di estrema debolezza che cercherà di superare raddoppiando la posta.
Un altro colpo di Stato è tutto tranne che inimmaginabile in America. Gli elementi ci sono tutti, sono alla luce del sole e spesso rivendicati apertamente da Trump. L’allarmismo non viene mai preso sul serio, nonostante le analisi di chi ha suonato l’allarme fin qui siano state corrette e semmai sbagliate per eccesso di prudenza.
Trump fin qui ha confermato tutte le previsioni più preoccupate, e spesso è andato oltre. Dubitare che i prossimi trentatré mesi di presidenza Trump possano trascorrere serenamente senza curvature eversive non vuol dire essere allarmisti. Significa essere cauti e realisti.
Fonte:
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