Ve bene che vuole battere il record di longevità. Va bene che i parlamentari vogliono maturare la pensione. Va bene, infine, che è bello viaggiare per il mondo e frequentare i grandi della Terra. E, però, per fare tutto questo, Giorgia Meloni ha un piccolo problema: che cosa dire agli italiani per un altro anno e mezzo?
Il problema del famoso “racconto”. Che poi si sostanzia nelle cose concrete.
E qui casca l’asino.
Le idee scarseggiano, di grandi riforme nemmeno l’ombra. I soldi per fare cose importanti non ci sono. E adesso – questa è la novità forse più importante della fase – sta crollando l’impalcatura di cartapesta su cui si reggeva la narrazione della statura internazionale della presidente del Consiglio.
Era un’illusione ottica, ma per un po’ ha funzionato. Nell’era del sovranismo trionfante, Meloni si era ritagliata un bello spazio: la trumpiana d’Europa, non poca roba.
Ma la situazione è cambiata. L’uomo della Casa Bianca sta provocando disastri umani e economici. Lei, anche per questo, ha perso il referendum. Ed è probabile che domenica le urne ungheresi per la stessa ragione mandino a casa, Viktor Orbán, l’altro “fratello d’Europa».
Emanciparsi dal tycoon non è facile. Anzi, è impossibile, al netto di qualche provvisorio e malfermo distinguo. E l’Europa, che da sempre diffida di Giorgia, certo non intende più di tanto aprirle le porte.
Isolata, dunque. Sovranista ma non completamente trumpiana, europeista ma non compiutamente filo Ue. Strategicamente, un disastro. Del «ponte» tra Stati Uniti ed Europa che lei voleva essere sono crollati i due piloni, da una parte e dall’altra.
Si tratta, dunque, di reimpostare una linea, più rivolta alla politica interna. Ma alla testa di una coalizione stanca e impaurita. I turbamenti di Forza Italia ne sono un bell’esempio, con un segretario, Antonio Tajani, sostanzialmente commissariato dalla famiglia Berlusconi. E la Lega colpita alle spalle dal generale Roberto Vannacci. Il colpo in faccia del referendum ha innervosito la premier come forse mai prima d’ora.
Sarà un caso, ma la cacciata di Roberto Cingolani è stata da lei decisa quando, proprio quel martedì 24 marzo, il giorno dopo la vittoria del No, Meloni si è trovata spiattellata su Repubblica un’intervista dell’amministratore delegato di Leonardo in cui rilanciava il progetto Michelangelo Dome. Un progetto che Meloni non aveva mai apprezzato. Già il 13 febbraio, come raccontato sul Corriere da Simone Canettieri, Cingolani era in volo con Meloni sull’aereo che li portava in missione in Etiopia, e in quella occasione la premier si era irritata per la troppa autonomia rispetto a temi strategici. Tra questi, appunto, il programma Michelangelo Dome. Trovarselo riproposto su Repubblica le è andato di traverso. Lì, probabilmente, Cingolani è caduto definitivamente in disgrazia. Via Cingolani, dentro un po’ di gente amica (ma fra questi non figura Lorenzo Mariani, che ne prende il posto). Una botta decisionista che tradisce il nervosismo di una premier alla ricerca del bandolo della matassa.
Se non lo dovesse trovare non esiterebbe a chiedere al presidente della Repubblica di anticipare il voto come minimo alla primavera dell’anno prossimo se non alla fine del 2026. Ma adesso il problema di Meloni è un altro, è quello posto a suo tempo da Lenin: che fare?
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