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Sembrava un iceberg sporco in Antartide, invece era un’isola: la scoperta nel Mare di Weddell che sorpreso gli scienziati

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Scambiata per un iceberg immobile, una piccola isola antartica è emersa nel Mare di Weddell durante rilievi su ghiaccio marino

Nel Mare di Weddell quasi tutto si sposta, si rompe, si confonde. Da lontano il ghiaccio galleggiante, la neve accumulata e le superfici coperte di brina finiscono per assomigliarsi, e l’occhio si abitua a quel bianco continuo che cancella i contorni. Durante una fase di maltempo, mentre la nave rompighiaccio Polarstern cercava riparo sottovento a Joinville Island, una sagoma sporca e ferma ha incrinato quella monotonia. Sembrava uno dei tanti blocchi trascinati dall’acqua. Restava lì, inchiodata. Da quel dettaglio è emersa una isola antartica che le mappe ancora non registravano come costa vera e propria.

A bordo si sono mossi con cautela. I navigatori hanno tenuto sempre almeno 50 metri d’acqua sotto la chiglia, riuscendo ad avvicinarsi fino a circa 150 metri. A quel punto la nave ha girato lentamente intorno al rilievo, il fondale è stato misurato con l’ecosandaglio multibeam di bordo e un drone ha raccolto le immagini necessarie per ricostruire modello altimetrico e linea di costa. Il risultato ha dato forma precisa a un oggetto rimasto fino a quel momento in una specie di zona grigia: l’isola misura circa 130 metri di lunghezza, 50 di larghezza e sporge per 16 metri sopra il livello del mare. Ghiaccio e neve ricoprono gran parte della superficie, ed è proprio questa pelle bianca ad averla mimetizzata così bene tra gli iceberg della zona.

Sulle carte nautiche quel tratto compariva già come area con pericoli per la navigazione, però senza un’isola tracciata in modo chiaro. C’era anche un altro scarto: la posizione indicata risultava spostata di circa un miglio nautico, quindi più o meno 1,8 chilometri, rispetto al punto reale. Le immagini satellitari avevano contribuito poco, perché il rivestimento di ghiaccio la rendeva quasi indistinguibile dai corpi galleggianti vicini. Adesso si apre la procedura di denominazione ufficiale, e solo dopo quel passaggio la posizione esatta entrerà nei database internazionali e nelle mappe usate dalle navi. Boris Dorschel-Herr, che guida il lavoro batimetrico della spedizione, aveva già seguito in passato l’inserimento di due montagne sottomarine nelle carte del Sud Atlantico e del Mare di Weddell.

Una scoperta utile anche alla navigazione

La sorpresa geografica è arrivata durante una missione che aveva un altro obiettivo: seguire il deflusso di acqua e ghiaccio dalla piattaforma Larsen, uno dei settori che influenzano la circolazione oceanica globale. La squadra internazionale, 93 persone a bordo della Polarstern, lavorava nel settore nord-occidentale del Mare di Weddell dall’8 febbraio 2026, in un’area decisiva per capire come si muovono le masse d’acqua fredde tra mare profondo, piattaforma continentale e margine del ghiaccio. Gli stessi rilievi hanno aiutato a restringere i percorsi con cui l’acqua fredda esce dalla Larsen Ice Shelf e a confrontare i dati raccolti con le serie oceanografiche seguite da AWI dal 2002.

Qui entra in gioco anche il ghiaccio marino, che in Antartide per anni ha dato l’impressione di una maggiore stabilità rispetto all’Artico. Quell’equilibrio si è incrinato. Nel settore nord-occidentale del Mare di Weddell l’estensione del ghiaccio estivo è calata bruscamente dal 2017, con un ruolo probabile dell’acqua superficiale più calda. Le misure raccolte durante la spedizione mostrano un mosaico molto irregolare: sul margine continentale occidentale, poco profondo, il ghiaccio arrivava fino a 4 metri di spessore per effetto delle deformazioni provocate da maree e costa vicina; più a est, dove il ghiaccio proveniva dalle grandi piattaforme Ronne e Filchner, lo spessore scendeva attorno a 1,5 metri e la struttura appariva meno deformata.

Sotto la sorpresa geografica si muove un sistema polare che cambia

La superficie del ghiaccio ha raccontato un’altra storia ancora. In molte zone la neve era scarsa, il colore tendeva al bluastro o al grigio e i segni di fusione risultavano evidenti, pur con poche vere pozze superficiali. Grazie a nuove sonde di turbolenza e biologiche, i ricercatori hanno individuato quantità consistenti di acqua dolce di fusione dentro e sotto il ghiaccio. Questi strati più freschi funzionano come una barriera: tengono lontano dal ghiaccio il calore dell’oceano sottostante, influenzano la velocità di scioglimento e cambiano anche le condizioni in cui si sviluppa la vita associata al ghiaccio e al mare immediatamente sotto di lui.

La spedizione SWOS si è chiusa il 9 aprile 2026 alle Falkland, dopo 61 giorni in mare e 4.444 miglia nautiche di navigazione, e l’analisi dei dati andrà avanti nelle prossime settimane. Resta questa immagine molto concreta: in una delle aree più studiate del pianeta può ancora saltare fuori un’isola rimasta ai margini delle mappe, coperta di ghiaccio quel tanto che basta per sparire nello sfondo. Basta che il paesaggio smetta di muoversi per un momento, e cambia tutto.

Fonte: AWI

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www.greenme.it

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