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Trump se la prende con la Nato per coprire le difficoltà sull’Iran

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Lo scontro tra Donald Trump e la Nato si riaccende dopo l’incontro alla Casa Bianca con il segretario generale Mark Rutte. Subito dopo il colloquio, il presidente americano ha affidato ai social uno sfogo durissimo: «La Nato non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo». Le sue parole arrivano a poche ore dalla tregua in Medio Oriente – tregua molto fragile, come dimostrano gli attacchi israeliani in Libano – e riflettono il malcontento di Trump per il mancato coinvolgimento diretto degli alleati nella guerra contro l’Iran. Un risentimento che, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, si starebbe traducendo anche in valutazioni operative: l’amministrazione starebbe infatti studiando un piano per ridistribuire le truppe americane, ritirandole dai Paesi Nato considerati poco collaborativi e spostandole verso partner più allineati alla strategia statunitense e israeliana.

Si tratta, per ora, di un’ipotesi ancora embrionale, ma sufficiente a evidenziare una frattura crescente all’interno dell’Alleanza. Anche perché arriva dopo settimane in cui Trump ha rilanciato – almeno sul piano retorico – la possibilità di un disimpegno più radicale, fino all’uscita degli Stati Uniti dalla Nato, opzione che però richiederebbe il via libera del Congresso.

Dal canto suo, Rutte ha cercato di ridimensionare lo scontro, parlando di una discussione «molto schietta» e riconoscendo la delusione del presidente americano. Allo stesso tempo ha sottolineato che «la grande maggioranza dei Paesi europei si è dimostrata collaborativa», almeno sul piano logistico e del supporto alle operazioni.

Le tensioni con gli alleati si inseriscono però in un contesto più ampio e instabile, segnato dalle difficoltà diplomatiche degli Stati Uniti nel gestire la crisi con Teheran. Secondo il New York Times, il cessate il fuoco raggiunto appare fragile e pieno di ambiguità: «È difficile capire non solo dove si andrà, ma persino da dove si parte», ha spiegato l’ex inviato americano per l’Iran Robert Malley.

Washington e Teheran stanno già offrendo interpretazioni divergenti dell’accordo, mentre restano aperti nodi cruciali come il programma nucleare iraniano e la riapertura dello stretto di Hormuz. «Sarà un cessate il fuoco disordinato e imperfetto», ha detto l’analista Suzanne Maloney, sottolineando come entrambe le parti abbiano comunque interesse a evitare un’escalation immediata.

In questo quadro, la linea di Trump appare oscillante: da un lato l’apertura a nuovi negoziati, dall’altro la ricerca di responsabilità esterne per una vittoria mancata o incompleta. Ed è proprio qui che la Nato diventa un bersaglio politico utile, soprattutto in vista delle elezioni di midterm e delle pressioni della base repubblicana.

A rendere il quadro ancora più incerto contribuiscono anche dichiarazioni laterali del presidente, come il riferimento – rilanciato senza spiegazioni – alla Groenlandia, già in passato al centro di proposte controverse. Un segnale ulteriore di una strategia che alterna diplomazia e provocazione.

Al di là delle dichiarazioni, resta il dato politico: la crisi con l’Iran sta mettendo sotto stress non solo gli equilibri regionali, ma anche il rapporto tra Stati Uniti e alleati europei. E se l’ipotesi di un’uscita dalla Nato resta lontana, il semplice fatto che venga evocata – insieme a possibili riposizionamenti militari – segna un nuovo livello di tensione nei rapporti transatlantici.


Fonte:

www.linkiesta.it

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