Le recenti visite di Donald Trump Jr. a Banja Luka e quella del vicepresidente statunitense Jd Vance a Budapest non sono un semplice incrocio di agende diplomatiche. Sono il segnale di una strategia americana che sceglie di appoggiarsi a leader considerati problematici a Bruxelles, rafforzando attori che negli ultimi anni hanno coltivato legami sempre più stretti con la Russia e contribuendo così a erodere l’architettura di sicurezza che tiene insieme i Balcani. E mentre Washington sperimenta un nuovo asse conservatore, l’Unione europea continua a reagire in modo tardivo e frammentario.
Martedì il figlio maggiore del presidente statunitense è atterrato nella Republika Srpska, sotto la protezione di un imponente apparato di sicurezza e veicoli blindati. Non un viaggio di piacere né un tour di lavoro, bensì una visita politica. Lo stesso giorno, Vance era a Budapest per sostenere il primo ministro ungherese Viktor Orbán a pochi giorni da elezioni che l’ex enfant terrible del sovranismo europeo rischia di perdere. Non una visita di cortesia ma un endorsement esplicito, un tentativo di influenzare il voto a favore del leader ungherese, accompagnato da una raffica di critiche all’Unione europea, accusata di interferire nelle elezioni magiare.
Vance e Trump Jr. hanno percorso l’Europa su due direttrici opposte: il primo nel cuore dell’Unione, il secondo nella sua periferia balcanica. Ma il loro messaggio è lo stesso; identico era anche il loro bersaglio: l’establishment europeo.
Un leader condannato, un figlio del presidente, e una lobby da milioni di dollariL’ospite di Trump Jr. a Banja Luka è Igor Dodik, figlio di Milorad Dodik, leader secessionista serbo-bosniaco condannato nell’agosto 2025 dal tribunale statale di Sarajevo a un anno di carcere e sei anni di interdizione dai pubblici uffici. Dodik senior non è nuovo alle condanne internazionali: nel 2017 era stato sanzionato dall’amministrazione Obama per aver minato l’accordo di Dayton, il trattato che nel 1995 pose fine alla guerra più sanguinosa d’Europa dalla Seconda guerra mondiale, con circa 100.000 morti e due milioni di profughi. Ma nell’ottobre 2025, l’amministrazione Trump ha ritirato tutte le sanzioni contro di lui senza fornire una spiegazione pubblica. Secondo il New York Times, la decisione è arrivata dopo una costosa campagna di lobbying condotta da alleati del presidente, tra cui Rudolph Giuliani, Michael Flynn e Laura Loomer. Dodik ha ringraziato Trump per aver corretto quella che ha definito una grave ingiustizia.
Da allora, il leader serbo-bosniaco ha ripreso la sua propaganda separatista con rinnovato vigore. Ha definito Sarajevo nemica della Republika Srpska e ha chiesto il diritto all’autodeterminazione, minacciando la secessione della regione serba dalla Bosnia-Erzegovina. Ha visitato Israele, ha tenuto incontri alla Casa Bianca, ha continuato a cercare sponde a Mosca e ora riceve il figlio del presidente nella sua roccaforte.
La dottrina conservatrice: un’alleanza contro l’establishment europeoIl filo che lega Budapest a Banja Luka è più forte di quanto possa sembrare. Da un lato, Vance ha accusato l’Unione europea di essere «uno dei peggiori esempi di interferenza elettorale straniera che abbia mai visto», esortando gli ungheresi a votare per Orbán come baluardo contro i burocrati di Bruxelles. Dall’altro, Trump Jr. ha definito l’Unione europea un disastro che va riparato, e ha profetizzato una grande frattura tra i paesi orientali e quelli occidentali del blocco.
La diagnosi dei due emissari americani è speculare: l’Europa dei valori e delle regole è un ostacolo alla loro idea di sovranità nazionale. E i loro interlocutori a Budapest e Banja Luka sono i perfetti alleati locali per smantellarla, inserendosi in una dinamica dove da anni il Cremlino investe nel logoramento dell’ordine europeo, anche attraverso il sostegno politico e simbolico a leader come Orbán e Dodik.
Orbán è il prototipo del guastatore istituzionale: siede al tavolo dell’Unione europea e la blocca dall’interno, usando il veto per paralizzare le decisioni. Dodik, in scala ridotta, fa lo stesso con la Bosnia: occupa le istituzioni dello Stato per svuotarle di significato, minaccia la secessione, e chiede a gran voce che la Republika Srpska sia riconosciuta come entità indipendente.
Il doppio gioco di DodikDodik, del resto, è un maestro del doppio gioco e lavora su più tavoli con spregiudicata intelligenza tattica. Da un lato, si presenta come baluardo dell’ortodossia cristiana e dei valori conservatori, strizzando l’occhio a Trump e ai repubblicani per capitalizzare sull’indulgenza Maga. Quasi simultaneamente, consolida la sua alleanza strategica con Vladimir Putin, definendo la Russia una nuova civiltà e giustificando senza esitazioni l’invasione dell’Ucraina.
Questa ambiguità tattica genera dividendi per Mosca, che tratta la Republika Srpska alla stregua di uno Stato quasi sovrano – esponendone il vessillo accanto a quelli dei paesi riconosciuti e ricevendo Dodik a Mosca come un capo di Stato – mentre inonda la regione di narrazioni revansciste attraverso network come Sputnik e RT Balkans. Questi media alimentano il risentimento antioccidentale, veicolando complottismi contro Nato e Unione europea, e presentando la Russia come protettrice naturale dei popoli slavi e ortodossi: è su questo terreno fertile che i discorsi di Dodik attecchiscono e trovano sponda esterna.
L’asse con Washington gli regala impunità diplomatica, alleggerendo la pressione internazionale e legittimandolo come interlocutore. La fedeltà a Mosca, invece, gli assicura la protezione di un attore globale che ha vitale interesse a mantenere i Balcani in uno stato di collasso controllato e perenne tensione. È questa strategia a due velocità a tenere viva la sua influenza.
Il silenzio di Bruxelles e il prezzo della miopiaLa visita di Trump Jr. e il viaggio di Vance a Budapest disegnano una nuova geografia politica nei Balcani, con l’amministrazione Trump che costruisce una rete di alleanze alternative all’Europa, scavalcando le istituzioni comunitarie e legandosi a leader controversi come Orbán e Dodik. È la dottrina Trump in azione: un nuovo asse conservatore che unisce Washington ai leader che l’Europa ha messo ai margini, innestandosi su una trama preesistente di influenza russa nei Balcani occidentali. Finora la risposta europea è stata il silenzio. Nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna minaccia di nuove sanzioni, nessun tentativo di contrastare l’offensiva diplomatica americana o di contenere il crescente protagonismo russo nella Republika Srpska.
La posizione europea, in questo contesto, appare sempre più fragile ed esposta. Bruxelles ha dedicato negli anni risorse significative e una credibilità politica importante per stabilizzare i Balcani occidentali, contribuendo a mantenere in piedi l’equilibrio precario garantito dagli accordi di Dayton. Eppure, oggi si trova a guardare impotente mentre quell’architettura si sgretola progressivamente, con altri attori esterni – dagli Stati Uniti dell’era Trump alla Russia di Putin – che colmano il vuoto lasciato dalla mancata leadership europea e occupano con decisione lo spazio politico della regione.
I fondi europei continuano a essere erogati generosamente verso questi paesi, ma senza una prospettiva concreta di adesione all’Unione, rischiano di trasformarsi in un investimento sterile. La regione, in altre parole, sta diventando un vero e proprio buco nero politico: assorbe denaro pubblico senza generare in cambio stabilità duratura né avanzamenti verso l’integrazione europea.
L’Unione europea, in realtà, ha un bisogno strategico dei Balcani occidentali molto maggiore di quanto questi paesi ne abbiano di lei. Essi rappresentano una cerniera geopolitica fondamentale, un laboratorio per testare modelli di governance post-conflitto e un baluardo contro instabilità che potrebbero irradiarsi verso il cuore del continente. Ma per riconquistare credibilità e influenza, Bruxelles deve smettere di limitarsi al ruolo di semplice erogatore di aiuti finanziari: serve tornare a essere un attore politico vero, con una visione chiara e una strategia coerente.
Finora, purtroppo, né l’una né l’altra cosa si è materializzata. L’Europa rimane intrappolata in una logica reattiva, incapace di imporre la propria agenda in un’area dove le potenze esterne dettano ormai i tempi e le regole del gioco.
Per Bruxelles, questa è una sfida diretta ed esistenziale. La sua capacità di tenere insieme i Balcani occidentali – un’area già fragile per storia e divisioni etniche – viene oggi messa brutalmente in discussione da due attori esterni che giocano su tavoli opposti ma convergenti. Da un lato, gli Stati Uniti trumpiani, che fino a ieri erano percepiti come il principale garante della stabilità regionale grazie al loro ruolo negli accordi di Dayton, ora scelgono di sostenere leader come Dodik, aprendo crepe nel sistema che avevano contribuito a costruire. Dall’altro, Mosca sfrutta ogni minimo scossone per accreditarsi come protettrice naturale dei serbi di Bosnia, paladina della sovranità nazionale contro l’«ingerenza» occidentale, e calamita per tutti i sentimenti anti Nato.
Se l’obiettivo di Washington è davvero indebolire l’Unione eruopea – e le mosse su Banja Luka e Budapest lo suggeriscono con forza – allora appoggiare Dodik si rivela una tattica raffinata e a basso costo. Più la Bosnia sprofonda nell’instabilità, più l’Europa si vede costretta a riversare risorse diplomatiche ed economiche per scongiurare una nuova crisi umanitaria o un conflitto aperto. E questo drenaggio di energie apre inevitabilmente spazi a un ruolo sempre più assertivo della Russia, che si presenta come l’unica potenza capace di garantire un ordine alternativo nella regione.
Ma la posta in gioco va ben oltre la Bosnia o i Balcani. È l’Europa del XXI secolo, nella sua interezza, a essere in discussione: o nascerà da questa prova di coesione geopolitica, o rischia di non nascere affatto. Se Bruxelles continuerà a navigare a vista, rifugiandosi nel burocratese dell’acquis communautaire e nelle procedure interminabili, qualcun altro scriverà le regole del futuro europeo al suo posto. E quel qualcuno – che si chiami Washington trumpiana o Mosca putiniana – avrà ben poco interesse per la democrazia liberale o per una stabilità duratura.
La partita, in fondo, non si gioca solo tra le strade di Sarajevo o Banja Luka. Il vero campo di battaglia è Bruxelles, dove l’Unione europea dovrà decidere se restare a guardare impotente il progressivo sgretolarsi dell’architettura di Dayton, o se trovare finalmente il coraggio di una strategia politica all’altezza. Una strategia capace di contenere simultaneamente l’attivismo conservatore americano e la guerra ibrida russa nei Balcani, prima che sia troppo tardi. Il tempo stringe, e i Balcani – come troppo spesso nella storia – rischiano di trasformarsi ancora una volta nel teatro silenzioso di una nuova guerra per procura.
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