Il 2024, il nostro ultimo anno negli Stati Uniti, è anche quello del ritorno al potere di Donald Trump. Un Trump molto diverso da quello del primo mandato presidenziale. L’illusione di riavere alla Casa Bianca un The Donald già visto, prepotente, prevaricatore, dal linguaggio minaccioso, ma poco efficace nell’azione di governo per la sua incompetenza e per l’incapacità di concentrarsi su un obiettivo e perseguirlo con costanza e determinazione, è molto diffusa. Anche tra gente che lo conosce bene. A New York capita spesso di sentir dire, anche da veterani della politica e della finanza: “Farà danni, ma non fino al punto da mettere in pericolo la democrazia americana, una costruzione solida, sopravvissuta a crisi ben più gravi”.
Michael Wolff, giornalista e saggista abile e spregiudicato, ospite fisso del podcast The Daily Beast, con una straordinaria capacità di conquistarsi la fiducia dei personaggi che poi demolirà nei suoi ritratti – vittime preferite, Rupert Murdoch e lo stesso Trump –, nel 2017 bivaccò per mesi nella Casa Bianca dell’immobiliarista appena divenuto presidente. Accolto dall’amico Steve Bannon, stratega di quella vittoria elettorale, e tollerato da Trump. Allora lui, pur etichettando i giornalisti come “nemici del popolo” e minacciando interventi punitivi nei confronti della stampa progressista, dietro le quinte continuava a conversare con le firme più informate e celebri come Bob Woodward, vecchia colonna del Washington Post che mezzo secolo fa costrinse il presidente Richard Nixon alle dimissioni con la sua inchiesta (coautore Carl Bernstein) sullo scandalo Watergate.
Wolff era un animale difficile da addomesticare, ma proprio questo stuzzicava Trump che vedeva in lui un “cane sciolto” diverso dal classico giornalista progressista: Michael era abituato a sparare a zero anche sui leader democratici. Forte del fatto che Trump aveva continuato a parlare con lui anche dopo la pubblicazione di Fuoco e furia, milioni di copie vendute in tutto il mondo, nel quale la Casa Bianca di Donald viene descritta come una corte dei miracoli ai piedi della figura ridicola di un presidente che si atteggia a monarca, ma è impreparato e incapace a tutto, Wolff si aspetta un copione simile. Nell’anno prima della rielezione l’abbiamo visto spesso – Wolff ha molti amici italiani – e ogni volta tracciava, con qualche suggestiva variante, lo stesso scenario: Trump vuole fortissimamente vincere per vendicare l’umiliazione del 2020, e magari vincerà per la pochezza dei democratici, ma non ha alcun interesse per l’attività di governo: “Vincerà, farà il suo ingresso trionfale a Washington e poi andrà a giocare a golf”.
Non è andata esattamente così e Wolff se n’è accorto subito dopo il voto quando i suoi tentativi di costruire canali di comunicazione con funzionari della nuova Casa Bianca trumpiana hanno subito un brusco stop. Il team del neopresidente ha pubblicato una dichiarazione di tutti i suoi consiglieri e assistenti, una quindicina di firme a cominciare da quella della potente chief of staff Susie Wiles: “Wolff, un trafficante di fake news che racconta conversazioni ed episodi mai avvenuti, ha cercato di raggiungere alcuni di noi. Tutti insieme abbiamo deciso di non rispondere alle sue domande, fatte in malafede, e invitiamo a ignorare quello che scriverà”. Musica radicalmente cambiata per lui, ma anche per molti altri organi d’informazione.
Noi del fatto che il Trump 2 sarebbe stato diverso e assai più incisivo del primo mandato, anche grazie a una squadra di collaboratori fedelissimi e determinati a smantellare tanto la struttura di governo esistente quanto i meccanismi istituzionali di bilanciamento tra poteri, ci eravamo convinti già nell’autunno del 2023. Settimane nelle quali era diventato sempre più evidente che il Project 2025, pubblicato qualche mese prima, ad aprile, dalla Heritage Foundation, principale think tank del fronte conservatore, non era l’astratto esercizio ideologico di alcune “teste d’uovo” accademiche.
I centri di ricerca della destra preparano da sempre proposte o piani di governo per i candidati repubblicani alla presidenza. Negli anni Ottanta tagli delle tasse, riduzione dei vincoli regolamentari, taglio della spesa sociale – le misure cardine di quella che passerà alla storia come Reaganomics – il presidente Ronald Reagan andò a prenderli da un piano, Mandate for Leadership, preparato per lui dalla Heritage. Nel suo primo anno di governo questo venerato presidente conservatore dette pratica attuazione al 60% delle duemila proposte contenute in quel piano. Che fu reso pubblico solo dopo il voto.
Questo nuovo Project è diverso da almeno tre punti di vista: un’impostazione assai più radicale, autoritaria, perché basata su una contestatissima teoria (unitary executive theory) secondo la quale per avere un governo efficace tutte le attività esecutive devono essere sotto il controllo totale del presidente; inoltre, questo documento imponente, oltre 900 pagine, è stato redatto da più di 200 esperti, quasi tutti provenienti dalla prima amministrazione Trump, compresi sei suoi ex ministri; infine la decisione del texano Kevin Roberts, vulcanico presidente della Heritage, di pubblicare il documento molto prima del voto anziché limitarsi a consegnarlo riservatamente al team Trump.
Una volta capito che quel piano andava preso molto sul serio, lo studio dei suoi contenuti è diventata una lettura da brividi. La sostituzione dei titolari di tutti i 4000 posti chiave del governo e delle agenzie federali per i quali la Casa Bianca ha poteri di nomina con funzionari che dichiarano fedeltà assoluta ai voleri del presidente è solo il punto di partenza. È prevista anche la decapitazione delle figure intermedie, mettendo alla porta i 50 mila funzionari di carriera con incarichi amministrativi di qualche rilevanza politica. Non sarebbero licenziabili, ma il piano suggerisce metodi per aggirare il divieto di epurazioni e propone un sistema di selezione dei sostituti: dovranno dichiarare fedeltà al presidente prima che alla Costituzione. Altri punti: caccia agli immigrati senza documenti (richiedenti asilo compresi) da deportare in massa. Militarizzazione del Dipartimento della Giustizia chiamato a eseguire le vendette del nuovo leader contro i repubblicani che lo hanno contestato e contro i democratici che, secondo Trump, lo hanno perseguitato attraverso i tribunali. Uso dell’esercito in caso di manifestazioni di piazza prolungate o occupazioni, invocando l’Insurrection Act del 1807 per giustificare lo scavalcamento della legge in base alla quale i soldati vanno usati solo per difendere l’America dalle minacce esterne.
Molti minimizzano, parlano di scenari da fantapolitica. Quando i democratici, nel caos – prima per l’ostinazione di Biden deciso a ricandidarsi, poi per la difficoltà di far brillare Kamala Harris –, denunciano il piano autoritario di Trump, il candidato si dice totalmente estraneo al Project 2025: non ne so nulla, non so chi siano. È evidente che mente: non solo gli estensori sono uomini suoi, ma l’autore del cuore ideologico del piano è Russell Vought: direttore del Bilancio alla Casa Bianca nel primo mandato, di nuovo a fianco di Trump con lo stesso ruolo nella sua seconda presidenza, è, dietro le quinte, un vero “uomo forte” del trumpismo.

Tratto da “America dentro. Storie, volti, conflitti di un Paese in bilico” (Laterza), di Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic, 20 euro, 208 pagine.
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