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Meloni avvia la strategia di sicurezza nazionale, ma la riforma resta incompleta

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L’Italia si allinea agli altri Stati membri del G7 dotandosi di una strategia di sicurezza nazionale. È quanto prevede un Dpcm firmato lo scorso 22 aprile dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale, che impegna il governo ad aggiornare almeno ogni tre anni il documento stesso, pensato per identificare gli interessi fondamentali dello Stato, stabilire le politiche di prevenzione e contrasto delle minacce e definire le linee guida per la gestione delle crisi. Il decreto prevede che la strategia venga sia adottata dal presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr), sentito Copasir, ovvero il comitato parlamentare di controllo sull’intelligence, che viene anche informato periodicamente sulle iniziative adottate in merito.

Come raccontato due mesi e mezzo fa in occasione del primo numero della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale nell’era delle minacce ibride, Palazzo Chigi aveva deciso di dar vita a un processo di coordinamento sulle minacce ibride dopo che vari ministri e ministeri (su tutti Guido Crosetto, Difesa, e Antonio Tajani, Esteri) avevano provato a interessarsi al tema, spesso anche confondendo cyber (ovvero il dominio informatico) e hybrid (cioè quelle campagne condotte nella zona grigia tra pace e guerra con attività come sabotaggi, disinformazione e cyber-attacchi). Per questo, la presidente del Consiglio aveva deciso di affidare al Cisr, con la regia del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis, cioè l’organismo di coordinamento delle due agenzie di intelligence), la redazione di una strategia di sicurezza nazionale. Un tentativo di colmare un vuoto unico nel G7, quello del documento strategico che indica gli obiettivi e le sfide di un Paese, scrivevamo.

Ora quell’impegno è stato messo nero su bianco con il Dpcm del 22 aprile, che prevede la convocazione del Cisr in situazioni di crisi, ovvero di eventi sistemici con impatto sulla sicurezza nazionale, incluse campagne ibride, cioè situazioni che richiedono coordinamento centrale del governo. Inoltre, il decreto richiede al Cisr di definire indirizzi strategici per la gestione della crisi, valutare informazioni di intelligence e di sistema, proporre misure al governo, coordinare acquisizione e aggiornamento dati e promuovere esercitazioni e simulazioni di crisi. In questo senso, viene rafforzato il Cisr tecnico, ovvero quello a livello tecnico e non politico, per la preparazione di analisi e documenti per il livello politico, la raccolta di informazioni operative, il monitoraggio dell’evoluzione delle crisi e il coordinamento dello scambio dati tra amministrazioni.

Il decreto riprende alcune delle proposte avanzate da Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, a conferma del confronto tra maggioranza e opposizione su un dossier così sensibile. A fine 2024, Guerini aveva presentato una proposta di legge che prevedeva l’adozione di una strategia di sicurezza nazionale a cadenza triennale ma anche l’istituzione di un Consiglio di sicurezza nazionale di livello politico e l’obbligatorietà dell’istituzione dell’Autorità delegata, ovvero il sottosegretario di Stato a cui il presidente del Consiglio affida la gestione politica dell’intelligence (oggi non è obbligatorio).

Ciò che il decreto non recepisce, invece, è la necessità, da più parti indicata, di superare l’approccio emergenziale. Il tutto, nonostante la creazione presso il Dis di un «tavolo tecnico permanente a supporto della rilevazione, del monitoraggio e del contrasto alla minaccia ibrida e alle attività ad essi strumentali» indichi il riconoscimento della natura permanente della minaccia ibrida.

La strategia, però, potrebbe essere l’inizio di un percorso in questa direzione. Su Linkiesta Magazine 01/26, l’ambasciatore Francesco Talò, già consigliere diplomatico della presidente Meloni, aveva suggerito per questo l’istituzione di un Consiglio di sicurezza nazionale – il gap che persiste rispetto agli altri Stati del G7 dopo la decisione di dotarsi della strategia. Il diplomatico lo ha proposto come «struttura permanente, alle dipendenze del presidente del Consiglio, che superi la frammentazione tra dicasteri e integri competenze diplomatiche, militari, economiche e scientifiche». Sullo stesso numero del magazine, anche Beniamino Irdi, non-resident senior fellow del German Marshall Fund, aveva auspicato che l’Italia si doti di un Consiglio di sicurezza nazionale, «un organo non di vertice e non di crisi, che funga da punto di fusione costante e permanente delle priorità dei diversi stakeholder (fra cui i privati da cui dipende l’infrastruttura critica del Paese) in una direttrice di governo armonica».


Fonte:

www.linkiesta.it

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