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Quando l’Abruzzo prende forma

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Arrivare in Abruzzo dà sempre quella sensazione di quiete quasi avvolgente. Ci si lascia il caos alle spalle, ci si riempie la vista di verde e ci si abbandona a un territorio che in qualche modo non è mai uguale a sé stesso. La strada si stringe, poi si apre all’improvviso. Le colline si distendono in una sequenza ordinata di vigneti e uliveti, con la Maiella alle spalle e il mare davanti, invisibile ma presente, nell’aria, nell’attitudine. L’Abruzzo è quel territorio da attraversare, da capire. Solo così si colgono le sfumature: il vento che cambia tra giorno e notte, la luce che non è mai la stessa, la terra che varia nel giro di pochi chilometri.

Una complessità, quella abruzzese, che si sposa alla perfezione con una delle aziende che ha contribuito a portare alla luce un’identità agricola che non vuole essere diversa dalle altre, ma che cerca di rimarcare le proprie specificità senza piegarle a modelli esterni e restituendo al territorio la sua voce più reale. Masciarelli nasce così, come parte attiva del paesaggio, in un modo che ha contribuito davvero a definire i contorni di questi luoghi. 

Per capirlo bisogna tornare indietro, all’inizio degli anni Ottanta. Quando Gianni Masciarelli fonda l’azienda, nel 1981, l’Abruzzo del vino è ancora ai margini del racconto nazionale. Produce, spesso in grandi quantità, ma non comunica nel modo più giusto. Forse non arriva, forse non ha una voce riconoscibile. Il Montepulciano è considerato un vino robusto e rustico, il Trebbiano, un bianco semplice quotidiano, senza pretese. Nessuno dei due ha ancora un posizionamento chiaro nei mercati internazionali. L’intuizione di Gianni è semplice, ma anche rivoluzionaria: la sua idea è quella di trattare questi vitigni come materia nobile, valorizzarli per quello che sono. Dare loro un’identità, appunto. È una visione che tiene insieme agricoltura, mercato e cultura. E che negli anni si traduce in un lavoro profondo sui vigneti, sulle selezioni, sulle vinificazioni. Ma soprattutto in una capacità di raccontare.

Quella visione, oggi, si è trasformata in una realtà strutturata: oltre due milioni di bottiglie prodotte ogni anno, una presenza in più di sessanta Paesi, una gamma articolata di etichette. Ma fermarsi ai numeri significa perdere il senso. Perché Masciarelli, nel frattempo, ha cambiato natura. Dopo la scomparsa di Gianni, è stata Marina Cvetic, sua compagna di vita e oggi alla guida dell’azienda, a raccoglierne l’eredità, senza tradirne l’identità, ma anzi accompagnandone l’evoluzione. Un passaggio delicato, che non ha segnato una rottura, quanto piuttosto una continuità profonda: quella di una visione che si è fatta ancora più ampia e stratificata. Il progetto è cresciuto fino a diventare un ecosistema che tiene insieme vino, ospitalità, cultura, distribuzione: non più solo produzione, ma qualcosa di diverso, dove quel territorio, quell’Abruzzo, resta al centro, insieme alla sua rete di produttori, di persone e di terre.

Oggi tutto parla di questo viaggio, familiare si ma contemporaneamente dalla forte visione imprenditoriale. Il Montepulciano è il filo conduttore. Un vitigno che qui viene interpretato in molteplici modi, senza mai perdersi. Può essere più immediato, più strutturato, più longevo, ma mantiene sempre una tensione territoriale chiara. Il Villa Gemma rappresenta il vertice di questa ricerca: un vino che ha dimostrato negli anni una straordinaria capacità di evoluzione, costruito più sulla finezza che sulla potenza. Accanto, il lavoro sul Trebbiano è forse uno degli aspetti più interessanti. 

Vini come La Botte di Gianni mostrano una profondità che cambia completamente la percezione di questo vitigno, avvicinandolo per ambizione ai grandi bianchi d’oltralpe. C’è anche una bella storia dietro questa linea: Marina, qualche anno dopo la scomparsa di Gianni, ritrova in cantina due tonneau di rovere francese da settecento litri acquistati da lui ma mai utilizzati, e decide di dar loro nuova vita vinificando e affinando per trenta mesi, a partire dalla vendemmia 2010, un bianco e un rosso in tiratura limitatissima, circa 900 bottiglie per tipo, numerate a mano, dando forma a una delle espressioni più autentiche e artigianali del progetto Masciarelli. E poi il Cerasuolo, che qui trova una sua centralità: fresco, gastronomico, di grande beva, ma dal colore cerasa a conferma di uno sguardo sempre attento alla tradizione. E in tutti questi vini c’è un elemento comune: il rifiuto del cliché. Stessa logica che si ritrova nella rete costruita intorno all’azienda.

Masciarelli seleziona, distribuisce, connette. La Gianni’s Selection, l’ingresso di realtà come “Chiamami Quando Piove – Valori”, (una linea nata con questo modo per sottolineare che gli agricoltori si fermano solo quando vuole la natura, quando fuori piove), il dialogo con territori come la Borgogna: tutto è parte di un disegno più ampio. Un disegno che ha qualcosa di editoriale: costruire un racconto attraverso le relazioni. 

È in questa logica che ritroviamo anche il Castello di Semivicoli, punto nevralgico del mondo firmato Masciarelli, un palazzo baronale del Seicento, a Casacanditella, recuperato con un intervento che ha scelto di conservare la sua anima e struttura originaria, con le pietre, le volte e le proporzioni degli spazi che vogliono raccontare una storia non riscritta, ma che ha scelto di rivivere di nuove atmosfere. E a varcarla, quella soglia, si percepisce una sensazione di continuità con il passato e, allo stesso tempo, si riesce a respirare tutta quell’essenza di Abruzzo con cui abbiamo deciso di iniziare questo racconto.

C’è la storia, c’è l’atmosfera, c’è il calore di una casa vissuta. E soprattutto, c’è il territorio. Da un lato la Maiella, massiccia e verticale, quasi a proteggere. Dall’altro l’Adriatico, che si percepisce nell’aria, nella luce, nella vegetazione. Intorno, una campagna fatta di vigneti, uliveti, orti. Un paesaggio agricolo, dove la mano dell’uomo è integrata con il suolo e con le sue necessità. Il Castello stesso è parte di questa terra  e anche l’ospitalità riesce ad assumere una geografia di significato diversa, dove si lavora sulla relazione, dove i tempi sono dilatati e gli spazi sono pensati ti accolgono nel senso più vero del termine. 

Dall’accoglienza alla tavola: a emergere e a colpire c’è anche la cucina, uno degli aspetti più interessanti di questo progetto. Perché in un contesto come questo sarebbe stato naturale puntare su una narrazione gastronomica più tradizionale. Invece la scelta è stata un’altra. Più sottile, ma anche più radicale, che vede il vegetale come mezzo di avvicinamento alla terra. L’orto diventa il centro. Le stagioni finiscono dentro il menu e l’orto si fa struttura. E così accanto agli spaghetti alla chitarra al ragù di Abruzzo, la lattuga si sposa con la panna acida e il gin, e la scarola balla una danza glassata con le olive e i pinoli. No, qui non manca la tradizione e lo si vede anche dalle sale che accolgono tavole imbandite di un’eleganza antica, ma piena di intimità. Ma quel che brilla è quel linguaggio nuovo di parlare di un territorio storicamente dedito alla pastorizia, che trae forza dai campi ed è in grado di battere strade nuove. A oggi il ristorante non ha ancora deciso di aprire al cento per cento la sua attività, ma noi ci auguriamo che questo avvenga al più presto, perché c’è davvero bisogno di realtà di questo tipo. 

Ospitalità, cucina, territorio e cultura. Uno delle ultime idee della famiglia Masciarelli è il Museo del Contadino, progetto che, più di altri, chiarisce la direzione. Un luogo, fisico e digitale, in cui la memoria agricola abruzzese viene trasformata in esperienza contemporanea. Tecnologia, archivi, narrazione immersiva: strumenti per rendere visibile ciò che spesso resta invisibile. Insomma, un modo per dire che il vino non è mai solo vino, ma che può e deve essere anche storia, storie e paesaggio. E tutto questo sta contribuendo a ridefinire anche il ruolo dell’Abruzzo, come luogo dove si può costruire un modello diverso, capace di tenere insieme produzione, ospitalità e cultura.


Fonte:

www.linkiesta.it

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