La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase decisiva, scandita da un ultimatum di poche ore e da un’intensificazione sia delle operazioni militari sia dei contatti diplomatici. Il presidente americano Donald Trump ha parlato apertamente della possibilità di una svolta storica, mentre il vicepresidente JD Vance ha indicato che gli obiettivi militari sono ormai «in gran parte raggiunti» e che la guerra potrebbe concludersi a breve.
Su Truth Social, Trump ha scritto che, dopo quello che ha definito un «cambio di regime completo e totale», potrebbe accadere «qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario». Il presidente ha anche evocato un momento cruciale «nella lunga e complessa storia del mondo», sostenendo che «47 anni di estorsioni, corruzione e morte» potrebbero giungere al termine già nelle prossime ore, cioè alla scadenza dell’ultimatum alle 20 di oggi ora locale, le 2 di mercoledì notte in Italia.
Sul terreno, tuttavia, la pressione militare resta elevata. Attacchi attribuiti a Stati Uniti e Israele hanno colpito infrastrutture civili e strategiche iraniane prima della scadenza dell’ultimatum americano per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Tra gli obiettivi figurano ponti, autostrade e linee ferroviarie, con disagi significativi nei collegamenti interni del Paese.
Centrale è l’isola di Kharg, snodo chiave per l’industria petrolifera iraniana. Secondo i media americani, le forze armate statunitensi hanno colpito bunker, stazioni radar, depositi di munizioni e altre strutture militari, senza danneggiare intenzionalmente i moli legati al petrolio, che sarebbero stati colpiti solo in caso di fuoco da parte degli iraniani. Gli attacchi hanno interessato circa 50 obiettivi, ma senza intervento di truppe sul terreno.
In parallelo, la diplomazia resta attiva. Vance, parlando da Budapest dove si è recato per sostenere il premier ungherese Viktor Orbán in vista del voto di domenica, ha sottolineato che «ci saranno molti negoziati» prima della scadenza fissata da Trump, indicando una finestra di circa 12 ore per arrivare a una possibile soluzione. «La guerra finirà molto presto», ha affermato, precisando però che «la natura della conclusione dipende in ultima analisi dagli iraniani». Il vicepresidente ha inoltre invitato Teheran a essere «smart» nella gestione della crisi, evidenziando la capacità degli Stati Uniti di infliggere costi economici superiori rispetto a quelli che l’Iran può imporre, anche attraverso lo Stretto di Hormuz. In un altro passaggio, Vance ha espresso anche una posizione personale, dichiarando di «sperare che Dio» sia dalla parte della decisione americana di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari.
Sul piano internazionale emergono anche distinguo tra gli alleati occidentali. Il Regno Unito ha ribadito che non consentirà l’uso delle proprie basi aeree per attacchi statunitensi contro infrastrutture civili iraniane, pur mantenendo la cooperazione per operazioni difensive nella regione.
Intanto, negli Stati Uniti cresce la pressione politica interna. Alcuni esponenti repubblicani in Congresso ricordano che la legge impone al presidente di ottenere l’autorizzazione parlamentare se le operazioni militari superano i 60 giorni. Con l’inizio della guerra risalente al 28 febbraio, la scadenza si avvicina rapidamente alla fine di aprile.
In questo contesto, le prossime ore appaiono decisive: tra escalation militare, trattative e scadenze politiche, il conflitto potrebbe avviarsi verso una conclusione oppure aprire una nuova fase di incertezza.
Fonte:
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