Com’è triste Giorgetti in questi giorni, l’aria di uno che chiede scusa, non è colpa mia. Così la presidente del Consiglio, secondo quanto riporta Repubblica: «A Giancà, e daje, un po’ d’entusiasmo…».
Sembrava Gassman con Trintignant, «ti annoi ovunque…». In effetti solo lei, la premier, mantiene le espressioni di sempre: grintosa, volitiva. «Sempre incazzata», la rimproverò una volta Ignazio La Russa che pure non è proprio un tipo gioviale. Almeno in pubblico Giorgia regge. In privato deve essere diverso: Augusto Minzolini ha riferito che le è uscita una lacrima quando ha silurato Roberto Cingolani, e probabilmente non era un pianticello romantico ma dovuto allo stress.
Ma Giorgia Meloni è Giorgia Meloni. Tutto tranne che una depressa. Anzi, più il terreno scricchiola più si sente in modalità guerresca. Ma gli altri? Se le facce parlano più di tanti discorsi, ecco gli occhi impauriti di Antonio Tajani, lo sguardo spaesato di Carlo Nordio, le sconnessioni di Adolfo Urso, la grinta vuota di Matteo Salvini, l’imbarazzato incedere di Matteo Piantedosi, e di Giancarlo Giorgetti si è detto, triste come la Venezia di Charles Aznavour. Uscita di scena la Santanchè, c’è poco da annotare sulle ministre: non pervenute. È che tutti loro non sanno che succederà domani: la strada non è più un bel viale lungo e alberato ma una stradina sterrata senza indicazioni.
Di qui lo smarrimento psicologico che fa presto a trasformare i ghigni di ieri in maschere invecchiate. «Un po’ d’entusiasmo»: e dove deve trovarlo il buon Giancà? Che poi a detta di tutti è il meno peggio, nonostante il mezzo pasticcio sulla partita MPS-Mediobanca-Generali: non fosse stato per quel maledetto 0,1 percento oggi poteva sbandierare l’emancipazione dall’Europa, pure sfiga, direbbe lei (lo avrà detto sicuramente). Ma gli altri? Guardatelo, il “governo Giancà”: la politica estera di Tajani è inabissata da quel dì, quella industriale di Urso batte tutti i record di negatività, la sicurezza di Piantedosi è un’araba fenice tanto che devono fare sempre nuovi decreti perché quelli di prima non hanno funzionato, e su Salvini «stiamo zitti che è meglio» come dice un personaggio del “Giardino dei ciliegi”.
Quindi, facce mogie, posture dimesse, sguardi bassi. La cosa rischia di diventare sensazione percepita nel Paese: il governo forte non c’è più. I poteri forti lo sentono, altro che “sovranismo bancario”. E chi si rianima è un centrosinistra sbeffeggiato in tutti questi anni, e non senza motivo, per la sua politica inconcludente mista a una incrollabile vocazione a farsi male da solo. Ma, come a tennis, quando l’altro va in crisi, si comincia a giocare meglio. A crederci.
Pure troppo: già si gioca a fare le liste dei ministri. Anche qui sono gli occhi che parlano, i sorrisoni, i toni stentorei. Elly Schlein sembra diventata più adulta, cresce perché gli altri rimpiccioliscono, è l’emblema della nuova canzone popolare che si vuole suonare trent’anni dopo l’unica vittoria.
Si vedra se l’avvocato populista sarà in grado di bloccarla. Per ora l’entusiasmo è tutto da questa parte. Dall‘altra c’è “Giancà” nella sua ostentata malinconia, simbolo di un governo che ha paura. Glielo leggi negli occhi.
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