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Meloni ha una sola via d’uscita che tanto non imboccherà mai

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Il principale motivo per cui Giorgia Meloni perderà le prossime elezioni, secondo me, è che non ha capito il motivo per cui ha perso il referendum. Anche per questo credo siano destinati a cadere nel vuoto gli appelli al colpo d’ala, alla mossa del cavallo e tutte le altre abusate metafore con cui i commentatori solitamente tradiscono il loro desiderio di evadere dalle costrizioni di una realtà sgradita e al tempo stesso la consapevolezza dell’impossibilità di riuscirci rispettando le leggi della fisica. Il motivo principale per cui Meloni ha perso il referendum è lo stesso per cui lo hanno perso Matteo Renzi prima di lei e Silvio Berlusconi prima di entrambi, tutti in un modo o nell’altro accecati dal miraggio di una chiusura gollista della transizione italiana.

C’è una logica del sistema che politici e commentatori sembrano rimuovere ostinatamente. Quante volte ci siamo sentiti spiegare, prima del voto, che il risultato del referendum non avrebbe avuto conseguenze sul governo perché Meloni non aveva fatto l’errore di Renzi, perché lei non aveva «personalizzato» il voto? Come se, ai tempi del bipolarismo maggioritario, fosse possibile per un capo del governo promuovere un referendum sulla Costituzione e al tempo stesso «non personalizzarlo». Quando Renzi disse che in caso di sconfitta avrebbe abbandonato la politica non fece altro che gettare benzina sul fuoco, mettendo in evidenza questo aspetto, certamente. Ma non è che se lui fosse stato zitto non se ne sarebbe accorto nessuno.

L’unico modo per evitare la stessa traiettoria di Renzi e non passare l’anno che ancora la separa dalle elezioni come lui passò il 2017 (in poche parole, con alleati e avversari a giocare con lui allo schiaffo del soldato) consisterebbe nel disinnescare proprio questo meccanismo, rimangiandosi l’orrenda proposta di legge elettorale con super premio di maggioranza e tornando a un vero sistema proporzionale, senza premi e senza coalizioni precostituite. Ma imboccare questa strada implicherebbe, per Meloni e per tutto il suo partito, un’abiura ben più pesante di tutte quelle già pronunciate, esplicitamente o implicitamente. Si tratterebbe di abbandonare i feticci del bipolarismo e del presidenzialismo, e quindi anche il leaderismo, la personalizzazione della politica, la riduzione dei partiti a comitati elettorali del capo. Si tratterebbe di tornare a governi, maggioranze e programmi concordati in parlamento, attraverso trattative e compromessi.

Figurarsi. Assai più verosimile che Meloni speri semmai di ripetere con Elly Schlein il fortunato gioco di sponda che ottenne con Enrico Letta, in nome della comune convenienza alla polarizzazione del voto e alla legittimazione reciproca. Non mi stupirei se Schlein ci cascasse, come ci cascarono Letta e più o meno tutti i predecessori, a cominciare dal primo segretario del Pd, Walter Veltroni. Ma non sono affatto sicuro che sarà Schlein la sfidante di Meloni, per quanto la nostra presidente del Consiglio si sforzi di favorire quest’esito in ogni modo, e comunque non penso che nemmeno in quel caso Meloni avrà la forza di tornare a Palazzo Chigi.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.


Fonte:

www.linkiesta.it

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