Nei giorni in cui in Italia celebravamo il 25 aprile, la Festa della Liberazione dal nazifascismo, abbiamo assistito in varie città italiane a scene vergognose contro chi portava in piazza la bandiere ucraina – simbolo di resistenza contro l’invasore nell’Europa del XXI secolo – e sono tornati a circolare alcuni leit-motiv della propaganda putiniana sull’Ucraina, anche da parte di chi si professa antifascista ma non riconosce la resistenza ucraina contro l’invasione russa.
Ancora oggi, a distanza ormai di più di quattro anni, sentiamo parlare di “Ucraina nazista”, di “intervento russo per salvare i russofoni”, di “denaficazione dell’Ucraina”, di “guerra per procura” di Stati Uniti, NATO, Occidente, di “genocidio dei russofoni” e “guerra civile in Donbas”. Filoni di una propaganda potente, preparata da almeno 15 anni, che si è insinuata subdolamente e in modo efficace fino a farsi convinzione in alcune fasce della popolazione italiana – dove c’è da dire c’è anche una certa disponibilità ad aderire a quella propaganda e versione distorta e falsa dei fatti, anche grazie al ‘lavoro sporco’ portato avanti da giornalisti, storici, presunti esperti indipendenti se non apertamente filoputiniani, con un notevole seguito di pubblico e spesso ospiti dei principali talk show italiani, politici di primo piano nella maggioranza e nell’opposizione. Questo lavoro sporco ha fatto da apripista per escludere (a volte anche in modo violento) cittadini dalla partecipazione alle manifestazioni per il 25 aprile.
Proprio in questi giorni, il 2 maggio, ricorrono i 12 anni del massacro di Odesa in cui morirono 48 persone nei violenti scontri tra nazionalisti ucraini e filorussi nell’incendio della Casa dei Sindacati, uno dei casi cardine della propaganda moscovita per parlare di genocidio dei russofoni e di nazisti ucraini contro filorussi pacifici.
Una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (ECHR) ha riconosciuto la responsabilità della autorità ucraine, sottolineando la loro “negligenza” sia nel non prevenire gli scontri che nel circoscrivere l’incendio della Casa dei Sindacati che nelle successive indagini. Ma, nella ricostruzione di quanto accaduto, ha di fatto smontato la disinformazione russa. A Odesa, gli ultras di due squadre di calcio ucraine, il Metalist Kharkiv e il Chernomorets Odesa, avevano deciso di marciare insieme nel segno dell’unità nazionale. Alla marcia erano presenti gruppi radicali fra i tifosi (molti di loro andranno a combattere nei battaglioni di volontari in Donbas), così come comuni cittadini di Odesa, per un totale di circa duemila persone.
Durante il corteo i manifestanti vengono attaccati da trecento attivisti filorussi ben equipaggiati e armati. Tra questi c’erano anche titushky, picchiatori e combattenti di arti marziali assoldati dal regime per infiltrarsi e attaccare i manifestanti contro il governo dell’allora presidente Yanukovych.
L’escalation degli scontri avviene, poche ore dopo, alla Casa dei Sindacati. Lanci di molotov da entrambe le parti portano a un incendio in cui muoiono 48 persone, soprattutto filorussi asserragliati nell’edificio, morti di asfissia. In pochi minuti, dalla guerra si passa al salvataggio, come ricorda un reportage del giornalista di Odesa Sergey Dibrov: gli attivisti pro-ucraini chiamano i pompieri e aiutano gli avversari a uscire (solo poche decine di estremisti continuano la guerriglia urbana a oltranza). Il giorno successivo, negli ospedali di Odesa, i cittadini porteranno aiuti ai feriti, senza distinzioni di credo politico.
La propaganda russa userà la tragedia per iniziare a parlare di genocidio della popolazione russofona: una versione sconfessata dal Consiglio d’Europa, dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e dall’OSCE. Eppure questa versione è riuscita ad accreditarsi e a farsi strada, insieme ad altre false narrazioni, per screditare l’Ucraina e giustificare l’invasione criminale: l’artificialità dei confini statali ucraini, il complotto ordito da UE e NATO contro la Russia usando l’Ucraina come cavallo di Troia per distruggerla, la questione nazista e il colpo di Stato di Euromaidan, il genocidio dei russofoni del Donbas per mano dal governo di Kyiv, la mancanza di volontà dell’Ucraina di voler accettare una pace offerta da Mosca.
Li analizziamo ancora una volta uno per uno in questo approfondimento.
Le principali ‘fake news’ sull’Ucraina della propaganda russa smontate una per una:
1. La De-Legittimazione Storica: L’Ucraina come “Invenzione di Lenin”
La propaganda: Putin sostiene che l’Ucraina sia un “errore” di Lenin, che l’avrebbe creata dal nulla nel 1922 regalando terre russe. Per Putin l’Ucraina è un “pezzo di Russia” staccato per errore burocratico dai bolscevichi.
Analisi dei fatti: L’identità ucraina non nasce nel 1922. Nel XIX secolo esisteva già un fortissimo movimento letterario e politico (si pensi al poeta Taras Shevchenko). Nel 1917, con il crollo dell’impero zarista, nacque la Repubblica Popolare Ucraina (UNR), che batteva moneta e aveva un governo. Nel pieno della guerra civile 1917-1922-23 l’Ucraina ha proclamato la propria sovranità ma è stata teatro di combattimento con vari eserciti: ucraini indipendentisti (di diverso tipo), russi bianchi e rossi, eserciti stranieri (Francia e Germania su tutti).
Lenin non “regalò” terre, come non le regalò Stalin che effettivamente durante la Seconda Guerra mondiale “unificò” l’Ucraina nei confini attuali con l’eccezione della Crimea, annettendo le regioni occidentali da Polonia, Cecoslovacchia e Romania. I bolscevichi invasero l’Ucraina militarmente perché avevano bisogno del suo grano e delle sue industrie. Dovettero però accettare che fosse una “Repubblica” (seppur sovietica) proprio perché la resistenza nazionale era troppo forte per essere semplicemente assorbita in una Russia unitaria.
Sostenere che l’Ucraina sia un’invenzione serve a giustificare l’invasione come una “correzione di un errore storico”, negando il diritto di esistere di un popolo.
2. “Il Golpe di Maidan” (2014)
La propaganda: Euromaidan è un’operazione dei servizi segreti americani, una rivolta orchestrata dalla CIA con “5 miliardi di dollari” per cacciare un presidente amico della Russia.
Analisi dei fatti: Quello di Maidan è un po’ il punto di partenza, l’origine di tutta la propaganda russa moderna sull’Ucraina e ha trovato un seguito notevole pure in Occidente, specialmente prima del 2022. In realtà non ci sono mai state prove del coinvolgimento americano, il che ovviamente non vuol dire che un governo meno filorusso e più occidentale, più atlantista fosse un dispiacere per Washington.
I “5 miliardi” – cifra citata da Victoria Nuland (USA) – si riferiscono al totale dei fondi USA per lo sviluppo democratico (sanità, elezioni trasparenti, riforme) in Ucraina dal 1991 al 2013. Non erano soldi per “comprare” manifestanti nel 2014. Anzi, nel 2014 l’amministrazione di Obama si dimostrò davvero spiazzata su come comportarsi contro Mosca dopo l’annessione della Crimea, e si dimostrò inoltre molto refrattaria ad aiutare l’Ucraina militarmente, ma anche solo diplomaticamente, durante il conflitto in Donbas, concentrandosi più sullo scenario siriano che si svolgeva contemporaneamente, dove erano coinvolti ovviamente anche Putin e la Russia. Inoltre, vale la pena ricordare che nel 1991 George H. W. Bush, in visita a Kyiv, pronunciò il famoso discorso del “Pollo di Kyiv”, mettendo in guardia la nazione contro il “nazionalismo suicida” e l’“odio etnico”: prova di come l’Ucraina per gli USA non fosse una leva geopolitica di prim’ordine.
La protesta non iniziò per mano della CIA, fu una protesta di massa (gli ucraini la chiamano “rivoluzione della dignità”) scatenata dal voltafaccia dell’allora presidente Yanukovych sull’accordo UE. Yanukovych, dopo anni di promesse sull’integrazione europea, scelse improvvisamente (sotto pressione economica di Mosca) di firmare un accordo con la Russia. I primi a scendere in piazza furono gli studenti.
Yanukovych non fu rimosso da un commando, ma fuggì di notte in Russia dopo aver ordinato di sparare sui civili (in tutto ci furono 106 vittime tra i manifestanti e 16 tra le forze dell’ordine) e dopo che i suoi stessi ministri e la polizia lo avevano abbandonato a causa della sua violenza contro la folla. Il Parlamento votò la sua decadenza all’unanimità, inclusi i membri del suo stesso partito.
3. Il “Genocidio” nel Donbas
La propaganda: Kyiv avrebbe ucciso deliberatamente 14.000 civili russofoni tra il 2014 e il 2022. È il pretesto “morale” usato per l’invasione del 2022.
Analisi dei fatti: Con genocidio si intende l’annientamento deliberato e sistematico di un gruppo di persone a causa dell’origine etnica, della nazionalità, della religione o della razza. Un piano di questo tipo non è mai esistito in Ucraina e non vi è alcuna prova a sostegno delle accuse della Russia.
La cifra dei “14.000 civili russofoni uccisi”, citata spesso dalla Russia, è un falso statistico. Secondo i dati ONU, comprende tutti i morti: soldati ucraini, miliziani separatisti e civili di entrambe le parti. I civili uccisi sono circa 3.400, l’80% dei quali nei primi due anni di guerra (2014-2015): circa il 10% erano i 300 civili sul volo MH17 Amsterdam – Kuala Lumpur abbattuto da un missile russo, attacco per cui i separatisti sono stati condannati in contumacia da un tribunale olandese. Nel 2021, l’anno prima dell’invasione, i civili morti furono 25 (quasi tutti per mine).
Non c’era alcun genocidio, ma un conflitto a bassa intensità in via di risoluzione. La situazione era quasi stabilizzata prima che la Russia decidesse di attaccare massicciamente nel 2022. La missione di monitoraggio dell’OSCE (che includeva anche osservatori russi) non ha mai trovato prove di “genocidio” o pulizia etnica.
4. La “Guerra Civile” in Donbas
La propaganda: Una rivolta spontanea interna di minatori locali contro i “nazisti di Kyiv”.
Analisi dei fatti: La nozione di guerra civile, proposta soprattutto da analisti e politici vicini all’ideologia di Mosca, e spesso cooptata, più o meno in buona fede, nei paesi occidentali, appare fallace nello spiegare un conflitto nel quale le forze locali sono addestrate, armate e infoltite di combattenti da un paese terzo. Bisogna stare molto attenti a non sovrapporre il concetto di “russofoni” con l’identificazione etnica russa e a sua volta sovrapporre questa con l’adesione al separatismo, tant’è che oggi nell’esercito ucraino combattono molti cittadini etnicamente russi e centinaia di migliaia di russofoni.
Nel 2014 c’era effettivamente una forte polarizzazione nella società dopo Maidan ma la percentuale di persone favorevoli a una separazione dal paese era una minoranza marginale, le cui istanze sarebbero in poche settimane cadute senza l’intervento russo, il cui progetto nel 2014 era essenzialmente quello della novorossia, cioè quello di innescare un caos artificiale in tutte le tutte le città russofone ucraine, grazie alle azioni di queste piccole minoranze effettivamente filorusse, un progetto di restaurazione imperiale il cui obiettivo essenzialmente era far fallire l’Ucraina in quanto Stato.
A questo progetto di novorossia già nell’aprile 2014 aderirono molti nazionalisti russi che ebbero un ruolo assolutamente decisivo nell’organizzare e far deflagrare le proteste dopo l’inizio di quella che Putin e gli ideologi vicini al Cremlino avevano definito la primavera russa in seguito all’annessione della Crimea.
Il più famoso di questi mercenari è Igor Girkin, cittadino russo conosciuto come Strelkov, che fu responsabile già di azioni genocidarie in Bosnia negli anni 90, oltre ad aver partecipato come mercenario a tanti altri conflitti nei decenni precedenti.
A inizio aprile 2014, quindi, ancora prima che il conflitto in Donbas fosse cominciato, Strelkov si portò dietro dal confine russo centinaia di combattenti di varie origine, neonazisti, stalinisti, cosacchi, piano piano. Arrivarono anche ceceni, coscritti dell’esercito russo mascherati da volontari o funzionari dell’intelligence e il loro ruolo fu fondamentale per far deflagrare il conflitto.
Si è capito dopo poche settimane che i separatisti non rappresentavano un’identità regionale che era effettivamente presente in Donbas sin dall’Unione Sovietica, ma sfruttavano queste flebili vocazioni identitarie per i propri interessi politici coordinati dal Cremlino.
Come ufficialmente ammesso dallo stesso Strelkov, furono ufficiali e truppe russe a innescare il conflitto occupando Sloviansk il 12 aprile 2014. Il giorno successivo il governo di Kyiv diede inizio a quella che definì “operazione antiterroristica in Donbas”. Non fu una guerra civile, dunque, ma una guerra ibrida: la Russia fornì armi, soldi e comandanti.
Già nel 2014, l’OSCE aveva testimoniato la presenza di truppe russe in Donbas senza segni identificativi, sebbene Putin si sia inizialmente limitato ad ammettere la sola presenza di unità dei servizi segreti e non dell’esercito regolare. Nel 2015 l’ex spia russa Igor Sutyagin, esperto militare del Royal United Services Institute, aveva stimato come la presenza dei soldati russi si attestasse attorno alle 10,000-12,000 unità, mentre più di 40,000 erano le riserve stazionate sul confine russo-ucraino, dedite a colpire il Donbas con l’artiglieria oppure pronte a dare il cambio alle truppe sul terreno. L’OSCE ha più di una volta testimoniato l’ingresso di convogli militari russi in Donbas, anche negli anni immediatamente precedenti all’invasione su larga scala.
Solamente negli anni successivi il primo leader della Repubblica popolare di di Donec’k, Aleksandr Borodai, ammetterà apertamente (sommessamente lo aveva già fatto nel 2014), ciò che la Russia aveva negato per evitare di configurarsi come parte del conflitto, e cioè che quelle combattenti in Donbas erano per lo più “forze russe”, senza le quali le ostilità sarebbero cessate in tempi brevi, in favore di una rapida riconquista ucraina.
Ogni volta che i separatisti stavano per perdere, l’esercito regolare russo interveniva con truppe regolari “senza insegne”, i cosiddetti omini verdi (Putin in seguito ammetterà che erano soldati russi), come a Ilovaisk, per ribaltare il fronte, massacrare i soldati ucraini e mantenere il controllo sul Donbas.
5. Una guerra per procura della NATO
La propaganda: La NATO ha violato la promessa di “non espandersi di un pollice a est”, accerchiando la Russia.
Analisi dei fatti: L’episodio a cui si rifà la propaganda russa è più un “agreement verbale” fra i leader dell’epoca nel contesto della riunificazione della Germania. Non esiste alcun trattato che impedisca alla NATO di accogliere nuovi membri. Nel Memorandum di Budapest (1994), la Russia si impegnava esplicitamente a rispettare i confini dell’Ucraina (Crimea inclusa) in cambio della rinuncia di Kyiv alle armi nucleari. È Mosca ad aver violato un trattato scritto, non la NATO una “promessa” verbale. Nel 1997, la Russia stessa firmò l’Atto Fondativo NATO-Russia, riconoscendo che ogni Stato è libero di scegliere i propri mezzi di sicurezza.
Inoltre, va chiarito una volta per tutte che non è la NATO a espandersi annettendo paesi al di fuori dell’alleanza, ma sono i singoli Stati che fanno richiesta di adesione. Nel caso specifico, sono i paesi confinanti con la Russia (i paesi Baltici e dell’Artico, come Svezia e Finlandia) che hanno chiesto di aderire alla NATO dopo le aggressioni russe all’Ucraina del 2014 e del 2022. Prima e durante c’erano stati il rafforzamento del dispositivo militare russo a Kaliningrad, la simulazione di un bombardamento nucleare della Svezia nel corso dei war games russi del 2013, i frequenti sconfinamenti di aerei militari russi nei cieli svedesi e finlandesi, le operazioni di influenza, le campagne di fake news e gli attacchi cibernetici attribuiti dai servizi segreti nordici a Mosca. Tutto questo ha convinto Helsinki e Stoccolma che le vecchie politiche di non-allineamento vanno accantonate prima che sia troppo tardi.
Va specificato anche che l’ingresso nella NATO non è automatico. La NATO persegue sì la “politica della porta aperta” (open door policy), tuttavia l’accesso è su invito, come in certi club anglosassoni, anche se vengono invitati solo gli Stati effettivamente interessati a farne parte. Per essere ammessi bisogna far geograficamente parte dell’Europa, e rispettare certi requisiti politico-economici, legali e militari; sono previste due approfondite sessioni di colloqui; lo Stato invitato deve inviare delle lettere di intenti ecc. Infine, è necessaria l’unanimità degli Stati membri.
6. La “Guerra di Prossimità” (Proxy War) voluta dagli USA
La Propaganda: L’Ucraina non starebbe combattendo per la propria libertà, ma sarebbe solo una pedina in mano agli Stati Uniti. Washington starebbe usando il sangue ucraino per indebolire militarmente la Russia e distruggere l’economia europea (tramite il sabotaggio energetico), impedendo a Kyiv di trattare la pace.
Analisi dei fatti: Definire il conflitto una “proxy war” nega la capacità di scelta dell’Ucraina. Non sono stati gli USA a invadere la Russia né a ordinare a Kyiv di resistere; è stata la Russia a invadere l’Ucraina il 24 febbraio 2022. La resistenza ucraina è nata dalla volontà popolare di non vivere sotto occupazione.
È vero che gli USA e l’Occidente forniscono armi (senza le quali l’Ucraina sarebbe caduta in pochi giorni), ma fornire i mezzi per difendersi da un’aggressione illegale non trasforma la vittima in un “fantoccio”. Secondo il diritto internazionale (Art. 51 della Carta ONU), l’Ucraina ha il diritto alla legittima difesa e gli altri Stati hanno il diritto di aiutarla. Infine, le politiche di Trump dell’ultimo anno e mezzo smentiscono da sole la teoria della proxy war: gli interessi USA, UE, UK e altri Stati terzi sono mutati, spesso in contraddizione fra loro, a partire dal 2013-14 e soprattutto in seguito alla resistenza post-2022 l’Ucraina ha acquisito una propria agency, che ha portato più volte Zelensky allo scontro non solo con Trump, ma anche coi leader UE.
7. Il “Battaglione Azov” e la nazificazione dell’Ucraina
La propaganda: L’esercito ucraino è composto da milizie naziste che dettano legge a Kiev.
Analisi dei fatti: Il Battaglione Azov nacque come milizia di volontari nel 2014 con simboli neonazisti. Fu fondato il 5 maggio 2014 a Mariupol da Andriy Biletsky, un attivista di estrema destra già leader di Patriot of Ukraine e della Social-National Assembly. Il nucleo iniziale era composto da militanti di organizzazioni ultranazionaliste. Ma già sei mesi dopo, nel novembre 2014, Azov fu formalmente integrato nella Guardia Nazionale (insieme ai soldati di altri battaglioni di estrema destra), depoliticizzato e ridimensionato. All’epoca 2014 l’Ucraina non disponeva di un esercito pronto a combattere per via della corruzione e delle deliberate politiche di sabotaggio dell’era Yanukovich per indebolire la difesa del paese. I comandanti più radicali sono stati allontanati o sono entrati in politica (fallendo). Biletsky stesso lasciò il comando del battaglione nell’ottobre 2014 e – con l’ambizione di tradurre la visibilità militare in consenso elettorale – fondò il Corpo Nazionale (National Corps), ma alle elezioni parlamentari del 2019 il suo esperimento fallì. La propaganda usa l’estetica di un singolo reparto per etichettare un intero esercito, ignorando che la Russia usa regolarmente gruppi neonazisti come la Rusich o il Movimento Imperiale Russo.
8. L’Ucraina come Stato “Neonazista” e il culto di Bandera
La propaganda: Il governo di Kyiv sarebbe l’erede ideologico di Stepan Bandera, collaboratore dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e l’Ucraina moderna sarebbe un covo di “banderisti” che odiano i russi.
Bandera è stato il leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini). Durante la Seconda Guerra Mondiale, cercò l’appoggio della Germania nazista per ottenere l’indipendenza dell’Ucraina dall’URSS. Tuttavia, i nazisti non avevano intenzione di concederla e lo arrestarono, rinchiudendolo nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Le milizie dell’OUN furono responsabili di terribili massacri di civili polacchi ed ebrei, ma combatterono anche contro i russi e, in certi momenti, contro i tedeschi stessi.
La propaganda russa usa il termine “banderista” come etichetta generica per chiunque voglia un’Ucraina indipendente. Serve a disumanizzare l’avversario: se lo chiami “nazista” o “banderista”, non devi più discutere con lui; devi solo “denazificarlo” (cioè eliminarlo).
Analisi dei fatti: Per molti ucraini oggi (specialmente dopo l’invasione russa), Bandera non è celebrato come “nazista”, ma come simbolo della resistenza contro l’oppressione sovietica. Molti cittadini, che ne espongono il ritratto, ignorano o minimizzano i crimini delle sue milizie, vedendo in lui solo l’uomo che disse “No” a Mosca. Questo ha creato tensioni soprattutto con la Polonia a partire dagli anni ‘10.
Esiste in Ucraina una questione aperta e problematica sulla memoria storica di Bandera, ma trasformare questo dibattito interno in una prova che l’Ucraina sia uno “Stato neonazista” è una distorsione colossale.
Il fatto che l’Ucraina abbia eletto con il 73% dei voti un presidente ebreo (Zelensky) demolisce la tesi dello Stato “banderista”. I partiti che si richiamano esplicitamente all’eredità radicale di Bandera hanno ottenuto percentuali risibili (sotto il 2%), dimostrando che la società ucraina è molto più moderata e pluralista di quanto la Russia voglia far credere.
9. Il Referendum in Crimea: “Libera Scelta”?
La proganda: Il popolo della Crimea ha deciso in modo democratico e pacifico di tornare alla Russia.
Analisi dei fatti: Il referendum del marzo 2014 si è svolto in pochi giorni, senza osservatori internazionali e sotto l’occupazione dei “Little Green Men” (“gli omini verdi”, soldati russi senza insegne). Sulla scheda elettorale c’erano due opzioni: 1) Unirsi alla Russia; 2) Tornare alla costituzione del 1992 (che prevedeva l’indipendenza). Mancava l’opzione per restare come parte dell’Ucraina secondo lo status quo.
Quel che rimane certo, è come il referendum, caratterizzato dalla presenza dei militari durante i concitati giorni delle votazioni, non avrebbe mai raggiunto le improbabili percentuali plebiscitarie rilasciate dal Cremlino (quasi il 96% a favore dell’annessione), qualora si fosse svolto in presenza di osservatori internazionali indipendenti. Le Nazioni Unite hanno dichiarato il referendum “invalido”.
10. Il Sabotaggio della Pace (Accordi di Istanbul e Minsk)
La propaganda: La pace era stata raggiunta nell’aprile 2022, ma Boris Johnson è andato a Kyiv per ordinare a Zelensky di continuare a combattere. In base a questa narrazione, si accusa l’Occidente di aver usato gli accordi solo per “prendere tempo” e armare l’Ucraina, senza mai volerli rispettare.
Analisi dei Fatti: Le trattative naufragarono per motivi concreti, come ha evidenziato, tra gli altri, un articolo di Foreign Affairs: la scoperta dei massacri di Bucha (che rese politicamente impossibile trattare con Putin) e le richieste russe di demilitarizzare l’Ucraina, che l’avrebbero lasciata indifesa di fronte a un futuro attacco, e di dare alla Russia i territori occupati. Le condizioni poste dalla Russia (riconoscimento delle annessioni, smilitarizzazione, neutralità forzata) equivalevano a una resa incondizionata.
Mentre si negoziava, il ritiro russo da Kyiv rivelò le fosse comuni e le torture di Bucha. Questo cambiò tutto: Zelensky capì che “pace” sotto occupazione russa significava sterminio silenzioso della popolazione.
Boris Johnson incoraggiò Zelensky a non cedere a condizioni umilianti, ma la decisione di continuare a combattere fu presa dal governo ucraino sulla base delle atrocità scoperte sul campo e della mancanza di reali garanzie di sicurezza russe.
11. Zelensky ha messo al bando tutti i partiti di opposizione
La propaganda: Il governo ucraino avrebbe sospeso la democrazia, vietando tutti i partiti che non sono d’accordo con Zelensky per instaurare un regime a partito unico.
Analisi dei fatti: Nel marzo 2022, il Consiglio di Sicurezza e Difesa dell’Ucraina ha sospeso l’attività di 11 partiti (su oltre 300 registrati). Non si è trattato di una scelta basata sulle critiche a Zelensky, ma sui legami documentati con la Russia.
Tra i partiti banditi, il principale era la “Piattaforma di Opposizione – Per la Vita”, guidata da Viktor Medvedchuk, un oligarca legato a Putin da un rapporto di comparaggio (Putin è il padrino della figlia). Molti esponenti di questi partiti hanno collaborato attivamente con le truppe occupanti russe nei territori invasi, commettendo alto tradimento.
In Parlamento siedono tuttora partiti che criticano duramente Zelensky su base quotidiana, come Solidarietà Europea dell’ex presidente Petro Poroshenko o il partito Batkivshchyna di Yulia Tymoshenko, e anche parlamentari degli ex partiti filorussi (quelli che non hanno collaborato apertamente con Mosca) che il più delle volte votano in linea con il partito di Zelensky, facendo passare diverse leggi che senza il loro appoggio si sarebbero arenate. Questi partiti non sono stati toccati perché, pur essendo oppositori politici, sono leali allo Stato ucraino e non all’aggressore russo.
Secondo la Costituzione ucraina (e quella di quasi tutte le democrazie occidentali), in caso di invasione straniera e legge marziale, lo Stato ha il potere di limitare le attività politiche di gruppi sospettati di collaborazionismo per garantire la sicurezza nazionale.
Immagine in anteprima via flickr.com
Fonte:
www.valigiablu.it



